Fonte: pmi.it

Confesercenti attacca la liberalizzazione degli orari dei negozi: non rilancia i consumi, aumenta il gap tra piccole attività e grande distribuzione, contribuisce ai fallimenti con conseguente disoccupazione.

La liberalizzazione degli orari dei negozi (negozi a orario libero) non ha centrato l’obiettivo di rilanciare i consumi e in compenso ha sfavorito i piccoli esercizi, già duramente colpiti dalla crisi:  fra il 2012 e il 2013 si sono persi oltre 100mila posti di lavoro nel settore registrando 28,5 miliardi di minori consumi delle famiglie.  La critica arriva da Confesercenti (in concomitanza con la partenza fiacca dei saldi di fine stagione estiva 2014), che chiede di tornare alla regolamentazione dell’apertura dei negozi.

PMI penalizzate

Sul fronte concorrenza la norma è stata controproducente per molti negozi, bar e piccoli supermercati, che solo in teoria possono decidere autonomamente orari e giorni di apertura e di chiusura, ma che in realtà non possono permetterselo. Secondo Mauro Bussoni, segretario generale Confesercenti :

«la concentrazione dei consumi nei weekend ha favorito solo la grande distribuzione, contribuendo all’aumento dell’erosione di quote di mercato della gran parte dei piccoli esercizi», i quali difficilmente possono sostenere i costi dell’apertura domenicale.

Ritorno orari fissi

L’associazione di PMI chiede un passo indietrorispetto al Salva Italia, la legge di fine 2011 con cui è stata introdotta la completa liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali, che ora possono tenere aperto sette giorni su sette 24 ore su 24.

Negozi a orario libero: un flop per le PMI

«Una scelta necessaria che garantisce equa concorrenza fra le diverse forme distributive».

SOS esercenti

Secondo Confesercenti, il provvedimento di liberalizzazione (negozi a orario libero) ha contribuito ad accelerare l’emorragia di imprese del settore (che per la verità è probabilmente dovuta più alla crisi economica che non alle norme sugli orari). Resta il fatto che i dati restano drammatici: sempre negli ultimi due anni, il saldo fra apertura e cessazioni è negativoper oltre 38mila unità. E anche il 2014 non è iniziato sotto i migliori auspici: nei primi cinque mesi dell’anno ci sono state più di 23mila cessazioni, per un saldo negativo di oltre 12mila unità.